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La bellezza delle cose fragili

Questo incontro varrebbe un nuovo racconto, un suo racconto. Un incontro tra cugine. Tra vecchie amiche ritrovate. Nel caso dei parenti se ne odiano subito i difetti in comune, se ne attribuiscono la responsabilità, si fanno propri i pregi più banali. Ma lei sembra non avere difetti. Ci ritroviamo simili e poi subito diverse. Mi stupisce ma non stupisce lei.

A dispetto delle dichiarazioni politically correct sento che stiamo confrontando il bianco dei denti, la tonalità della pelle, le acconciature, la storia dietro i nostri sorrisi, l’accento della lingua. La quantità di afro in ognuna di noi. Inevitabile, siamo Afropolitan e per questo salto la domanda ma lei intuisce e spiega: «La definizione di Afropolitan è nata per me, per esprimere uno stato dell’anima, un luogo non luogo che accomuna molte persone, non mi appartiene l’uso mediatico, l’uso promozionale che ne è stato fatto ma tendo a non voler controllare, non sono possessiva rispetto alle mie parole. Ecco perché penso che ora appartenga alla gente e come in altri casi possa trovare le sue varie declinazioni». Mi trovo davanti alla testimonianza di un afro diverso, diretto il suo, indiretto il mio. Di nuovo rifletto sul dolore, gli avi, i miei trascinati nei campi di cotone dalla loro terra, i suoi in fuga, loro malgrado, dalla stessa.

E la sua storia e il suo primo romanzo stanno facendo il giro del mondo. La bellezza delle cose fragili (Einaudi, traduzione di Federica Aceto) è un’opera in tre atti che in inglese declina il verbo to go in tre forme diverse, l’infinito, il gerundio, il participio passato, riprendendo il titolo originale Ghana must go, la frase stampata sulle borse dei rifugiati ghanesi cacciati dalla Nigeria nel 1983. La stessa sorte capitò ai Nigeriani in Ghana e ad altri rifugiati di paesi vicini in un periodo in cui la situazione economica spingeva a “liberarsi” degli immigrati responsabili di essere un fardello sulle spalle dello stato ospitante.
È la storia di una coppia ghanese, Fola e Kweku e di un tentativo di famiglia americana, dei loro quattro dotatissimi figli, forse troppo dotati, che si perdono dopo la fuga del padre dagli Stati Uniti e si ritrovano dopo la sua morte ad Accra, in Ghana.
Vorrei chiederle perché, vorrei parlarle di razza, tradizione, consapevolezza, lontananza, patria, identità, mancanza, abbandono, appartenenza. Lo vorrei per me ma è tutto tra le pagine del suo libro. Ho l’impressione che le abbiano insegnato subito dove guardare, la direzione, l’obiettivo. E che sia stata un’alunna sveglia sulle cose della vita come a scuola. Lei, di madre nigeriana e padre ghanese, cresciuta a Boston, ora residente a Roma e in partenza per Amsterdam con il suo novello sposo. Allora decido di interrogarla e di partire dall’inizio, dal Ghana, dalla Nigeria, dall’Africa dal vissuto dei suoi genitori che sono in qualche modo i genitori del libro, non si scappa, Fola e Kwetu.
Credi sia vero, Taiye, che ognuno di noi si ritrova attraverso i legami con i propri famigliari, o la risoluzione degli stessi, con le loro storie e le loro scelte, così come succede, in qualche modo ai protagonisti del tuo romanzo?
«La verità è che io mi sono ritrovata, nei momenti difficili, nella confusione identitaria legata alla razza, alla patria, all’educazione, grazie agli amici, agli amici liberi e distaccati dalle dinamiche interne alla mia famiglia divisa in diverse parti del mondo. All’interno dei legami di sangue tutto diventa estremamente complicato, forse ci si ritrova e ci si riperde in un movimento infinito». Nel romanzo della Selasi i movimenti sono tre ma sono infiniti, per ognuno dei fratelli, per Fola, la madre, per Kweku.

La patria, la casa, sono realmente un concetto superato in cui diventa difficile riconoscersi?
«Per chi come me vive, cresce al di fuori del paese d’origine, la patria diventa il mondo o il luogo che si sceglie, chi cresce come me può sentirsi a casa ovunque, tra poco la mia sarà l’Olanda».

The Sex Lives of African Girls, il tuo primo racconto breve è stato pubblicato sulla rivista letteraria Granta e incluso tra le Best American Stories 2012. Che cosa ti ha spinto a iniziare un vero romanzo?
«Inizialmente il racconto breve doveva diventare un romanzo vero e proprio, un intreccio di storie che hanno dato vita però ad un altro libro, questo. È uscito dalle mie mani in modo naturale, anche se devo ammettere che le deadlines dell’editore mi hanno aiutato a trovare un metodo. Rischiavo di perdermi nella moltitudine dei personaggi, dei paesaggi, dei sentimenti».

Stai dicendo che non hai attinto dalla tua storia famigliare?
«Certamente l’ho fatto, è un atto naturale. La mia intenzione però è creare un mondo con le parole, con la bellezza delle parole, un magnifico e unico strumento artistico. Non ho messaggi politici, istanze razziali o sociali da diffondere, La Bellezza delle cose fragili è una storia, solo una storia».

Rifletto su questa dichiarazione cui non riesco a credere fino in fondo. Dubito che lo faccia anche il lettore che segue il disperdersi, il nascondersi e il riaffiorare delle relazioni della famiglia Sai.

Cosa pensi della Smith (scrittrice afroinglese da poco uscita con N/W e caso letterario con Denti Bianchi a soli 25 anni)? I paragoni tra talenti sono inevitabili, in special modo tra scrittrici, appunto, afropolitan.
«Ecco questo è un bell’esempio di due afropolitan, simili e diverse, adoro la Smith, è così Londoneer! Diversa da me, una scrittura metropolitana, moderna».
Il New York Times ha definito la tua scrittura barocca e dal ritmo altalenante. Cosa ne pensi?
«Riflettendo sugli argomenti di alcuni critici capisco che l’impressione di una sorta di sovraggettivazione possa sembrare pesante, o lenta, in certi casi. È come per la musica jazz: le mie parole seguono un ritmo, come in una danza che o si segue oppure no. Qualcuno la considera un frastuono discontinuo e inafferrabile ma c’è chi la vive nelle viscere e si fa prendere dal sogno o dal lamento, dentro e fuori da te stesso. Le mie parole seguono un ritmo che cambia, si fa lento e preciso nelle descrizioni di Accra e della vita delle donne Africane. Incalzante nel seguire gli avvenimenti. Una semplice questione di gusto, niente di così intellettuale. Tutto molto istintivo. Anche a me capita di non riuscire a entrare in un libro, nel suo andamento e consiglio di lasciar perdere a chi non riuscisse a seguire la mia musica, leggere è una scelta, un piacere o un interesse, non un obbligo.Le storie sono un flusso interno che esce non per spiegarsi, non per ritrovare un’identità o condividerla, non una sofferenza da condividere, non un giustificarsi. La sofferenza fa parte dell’Afropolitan per via della separazione, del continuo andirivieni di affetti e luoghi di appartenenza».

A Taiye piace parlare in italiano, mixa le lingue e così continuiamo.
Conoscendo la nostra lingua, sei stata tentata di partecipare alla traduzione?
«In italiano la versione ha rappresentato per un po’ una terza versione del libro perché oltre a quella originale c’era la storia raccontata con il mio italiano, ancora troppo povero. Avrei forse scritto una storia simile e diversa con parole mie ma non sufficienti, è chiaro. Quando si ha un eccellente traduttore, come nel mio caso, è meglio affidarsi. Non sono sicura che ne prossimo non ci metta lo zampino, però».

Ti sei mai sentita arrabbiata, in credito per qualcosa?
«Da bambina tenevo tutto dentro. La cosa importante era rendere felice e orgogliosa mia madre che pretendeva molto da me e dalla mia sorella gemella.
Molti africani emigrati negli Stati Uniti si sono impegnati per raggiungere obiettivi ambiziosi e in quel periodo molti diventavano medici, avvocati, uomini di finanza. Si doveva raggiungere qualcosa, qualcosa di importante. E la mia famiglia non ha fatto eccezione (Taiye ha studiato a Yale, a Oxford). Sapevo che sarei stata una scrittrice dall’età di quattro anni. Non è successo subito ma dopo aver vissuto per gli altri mi sono ascoltata, mi sono liberata e ho potuto realizzare il mio sogno, creare mondi diversi con le parole. È successo così anche per la fotografia, un po’ prima, al liceo. Da bambina io e mia sorella eravamo spesso in viaggio. Mia nonna viveva in Spagna, il mio patrigno in Svizzera dove passavo molto tempo. Durante i voli, nelle attese, ma anche durante le gite, ero sempre con la testa fra le pagine di un libro, al di fuori della realtà. Un giorno mia madre, preoccupata, mi sgridò e io cominciai ad alzare il naso e guardarmi intorno, solo lo feci attraverso una lente, quella della macchina fotografica. Volevo fermare la bellezza nelle cose, nella natura, nelle persone. Sono attenta ai particolari, all’istante, come ora la luce che cade sul tuo braccio e illumina i cerchi d’oro che ti adornano il braccio».
Taiye, perchè non esiste un Giorno della Memoria “Afro”?
«Ritengo che sia una questione legata al possesso. La giustificazione stava nel ritenere e nel vendere, a proprio uso e consumo, l’invasione e la schiavitù come atti di civilizzazione. All’interno di questo meccanismo gli errori diventano inevitabili, quindi giustificabili. Un giorno della memoria “afro” è ancora troppo complicato anche negli Stati Uniti».

Ora vivi a Roma, sono curiosa di sapere cosa ne pensi degli episodi che hanno coinvolto il ministro Kyenge e “i tiratori di banane”.
«Ho immaginato la storia della persona che, quella mattina, si è alzata, si è recata dal fruttivendolo per acquistare le banane e si è mossa per andare al comizio. È una storia strana e interessante. Mi piacerebbe sapere cosa esattamente c’era dietro quel gesto. Certamente negli Stati Uniti sarebbe un’azione più difficile da giustificare… (ride)».

In Europa, non hai la sensazione di essere sempre sotto osservazione? C’è una differenza tra ignoranza e razzismo, secondo te?
«Conosco la sensazione e per molto tempo non sono riuscita a viverla così bene. Proprio poco tempo fa, in Germania per un’intervista televisiva, mi sono fermata per strada per fare una foto ad un gruppo di uomini della City di Francoforte. Era una bella immagine e ho attraversato la strada per riprenderla al meglio. Piano piano ho cominciato a rendermi conto che erano loro a fissare me, a guardarmi come un essere strano, senza curarsi che li stessi fotografando e per quale motivo. Io guardavo loro che guardavano me. Incredibile, da un lato un po’ deprimente».

La stereotipizzazione dell’uomo o della donna nera cesserà mai di esistere?
«Me lo auguro e credo di sì, con il tempo, con il crescere di razze miste, di esperienze miste, di paesi misti. Proprio come affermava poco fa lo scrittore pakistano Mohsin Hamid: “Condividere le proprie esperienze, per quanto uniche e forti ci possano sembrare, ci fa sentire meno soli, perché sempre di più le persone si staccano dalla propria patria di origine e si ritrovano cittadini del mondo insieme ad altri. La semplice conversazione, la condivisione ci aiuta a comprendere e quindi a convivere”. Il romanzo per me è e rappresenta un flusso interno che non esce per spiegarsi, per ritrovare a tutti i costi un’identità o condividerla, non per giustificarsi».

Mi sento meglio. Mi sento meno sola ora che ho trovato aggettivo comodo e condiviso da mettermi al collo, in caso di bisogno.

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Veronica Costanza Ward, Massimo Raffaeli dialoga con Giampiero Neri, 

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Dopo 1 anno di lavoro e la collaborazione di moltissime persone a cui vanno i miei tanti grazie ! finalmente ha avuto inizio il Festival di Poesia che avevo pensato e desiderato già 2 anni fa appena entrata per caso nel Teatro Sociale di Gualtieri (RE) Italy.
Gioiello unico nel suo genere, questo teatro ha in se tutte le suggestioni e le caratteristiche per far volare e vibrare la poesia in ogni angolo di noi.
Ho invitato per  5 mercoledì, alcuni tra i migliori poeti italiani. Vi aspetto
Veronica

Dopo 1 anno di lavoro e la collaborazione di moltissime persone a cui vanno i miei tanti grazie ! finalmente ha avuto inizio il Festival di Poesia che avevo pensato e desiderato già 2 anni fa appena entrata per caso nel Teatro Sociale di Gualtieri (RE) Italy.

Gioiello unico nel suo genere, questo teatro ha in se tutte le suggestioni e le caratteristiche per far volare e vibrare la poesia in ogni angolo di noi.

Ho invitato per  5 mercoledì, alcuni tra i migliori poeti italiani. Vi aspetto

Veronica

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I tulipani dell’Illinois

I Tulipani dell’Illinois di Veronica Costanza Ward Zia Severine è rimpicciolita con gli anni. Chicago è la sua nazione ormai. Non può pensare più in grande di così. Una volta era alta un metro e settanta, dice. Deve esser vero perché lo stesso è successo anche Zia Lalla, di Torino. Le foto la ritraggono, giovane con un vitino da vespa, bionda e bella. La settantacinquenne di oggi è ripiegata su se stessa da una vita in cucina, a servizio di figli rotondi e coltissimi cui ha evitato le brutture del mondo, semplicemente tagliando via, per anni, le pagine “immorali” dai giornali, cullandoli in un’esistenza di doveri, sensi di colpa e tuorli d’uovo. Le domeniche d’estate arrivavano tutti a Brescello e imboccata la via della casa dove è nata non la si vede in macchina, la Zia Lalla, sembrano solo in tre. E invece sono quattro. Giulio ora è un ingegnere nell’hinterland (le lettere imploranti dalle aziende della Silicon Valley sono state sempre delicatamente cestinate) e Ortensia una professoressa all’Università di Chimica dietro casa, entrambi di ritorno, ogni giorno e ancora oggi, alle sette di sera per la cena nutriente. Lo zio Aurelio ha sempre studiato, letto, tradotto, suonato l’organo in chiesa e anche lui insegnato all’Università di chimica. E mangiato, mangiato fino quasi a rimetterci il suo buon cuore. Giulio ha comprato una casa, ma non ci abita perché vive da mamma, con gli altri, che motivo c’è di vivere solo a cinquant’anni. Ma un giorno chissà. Nel loro passato nessun fidanzato, nemmeno veri amici, non una gita scolastica; d’estate se ne stavano sul balcone di casa a picco sulla spiaggia davanti al computer o con la faccia immersa in un libro unto. Sempre con una vaschetta di ciliege snocciolate e zuccherate, gli mancassero le forze. Così li ricorderò. Sempre. Amavo andare da loro in visita, passare qualche giorno con loro era entrare in una nuova dimensione, rimpinzata di leccornie e cultura, che pacchia. Le uniche uscite, per fare provviste. I letti di casa erano sfondati e accoglienti. L’odore di chiuso rassicurante. La zia non morirà mai. Diventerà piccola, piccola e un giorno sparirà sotto qualche poltrona. Dicevo, a Severine è toccata la stessa sorte della Zia Lalla. La piccola, inguainata in un abito di maglia argento, su stivaletti scamosciati alla Tina Turner, cintura alta in vita, intona una sconosciuta nenia soul per la platea della Family Reunion, una cosa seria, duecentocinquanta persone della stessa famiglia, da ogni stato degli Stati Uniti per tre giorni di lacrime e canti. I miei cugini ridono sotto il tavolo e gridano di toglierle il microfono. Che denti hanno tutti. Io non riesco a non spalancare a mia volta la bocca. Pare che qualcuno, un giorno lontano della sua gioventù, un amante forse, le abbia lodato l’ugola e da lì non si sia più fermata; ad ogni riunione, in ogni occasione, dà sfoggio del suo presunto talento dondolando la testa rischiando di perdere una delle sue numerose parrucche che sistema precarie orientandole diversamente a seconda delle occasioni. La zia Severine è nera, lo so per certo, ma così a vederla non si direbbe, la sua pelle nocciola e i lineamenti lunghi e avvizziti la fanno sembrare solo una vecchietta senza razza. Dalla strada la casa mi sembra proprio quella dei sette nani, è bianca, bassa e lunga. E i nani ci sono, alle finestre, nel giardino insieme agli animali dipinti, vivi nel loro giardino. Dalle finestre basse anche loro, non si scorge nulla dell’interno, tutto è coperto da cascate di tende scure. “Buongiorno haunty! Come va stamattina? “ Oh cara entra, chi sei?” “ Son la figlia del figlio di tua cugina Josephine, ricordi ci siamo viste alla riunione di famiglia” “ Oh, nipoti, cugini, tutti sul groppone di quelle povere madri, sì certo, comunque entra, sto annaffiando il giardino” I tulipani finti nella penombra hanno un’aria sana, lucidi e allegri se non per qualche malinconica ragnatela a collegarli. A lei non importa, erba vera e fiori finti sono il suo giardino e dopo poco non si nota l’inganno.La grande fabbrica di materie plastiche ha inglobato quasi tutto il vecchio quartiere, la casa di mia nonna Josephine, dall’altro lato del prato, è immersa tra canne e erba alta. Non la si vede più, chiusa all’interno della proprietà della fabbrica da una cancello rosso malridotto e arrugginito. Appena più in là si è formato un piccola palude, il resto è erba alta, ma alta un metro e mezzo. Mio padre e lo zio Kenny ci giocavano da quelle parti, seguivano il rigagnolo fino al fiume e giuravano fedeltà eterna alla prima gang. Avevano dodici anni e il quartiere andava protetto. La sua baracca Severine, invece, non ha lasciato che la fabbrica o la palude se la mangiassero. Ha sputato sui soldi che le hanno offerto, non ha accettato di spostare il suo luogo fatato e così rimane l’unica e la sola prima che la foresta se la inghiotta. A lei non importa, dice, Dio mi ha dato questa casa, qui sono morti i miei tre mariti e qui rimango. Uno morì giovane, un male brutto; il secondo appena uscito, proprio in fondo alla strada, investito da un guidatore ubriaco; il terzo se lo portò via un colpo. Di tanto in tanto, però, pare le faccia visita il Sig. Brown e lo si nota perché in quei giorni la minuscola sfoggia sottovesti di pizzo, le calze con la riga e la parrucca buona. In fondo è ancora una donna, dice. Gli Stati Uniti d’America, lo stato dell’Illinois, la contea e un paio di società immobiliari, vantano tutti il suo nome tra le liste dei creditori. Severine ha fatto causa a tutti, negli anni, per ogni guasto, incidente, inconveniente le capitasse e anche per principio, ecco, perché un principio è una sacrosanta ragione. Pare abbia vinto più della metà delle cause e che tenga il risultato delle sue fatiche giudiziarie sotto terra cioè sotto la terra di casa, non fuori, dentro. Perché in casa non c’è il pavimento, c’è la nuda terra dell’Illinois e così è sempre stato. Mi son sempre chiesta cosa si provi a camminare sulla propria terra tutto il giorno, tra statuette e merletti. Forse una nostalgia, ma se glielo chiedi finge di non capire e dice che è solo più comodo. A ottantasei anni suonati Severine corre ancora in macchina per le vie dei suburbs di Chicago, da uno all’altro in cerca di merce da comprare. Passa in rassegna tutti i garage sales, i garden sales, forse qualcuno meno ufficiale, in case abbandonate e rivende tutto al mercatino delle pulci o nel prossimo Home sale: il suo. Insomma una donna con il senso degli affari, in barba a tutti “gli sfaccendati dei parenti che tirano a campare”. Le sue figlie sono bianche come il latte e non capisci da dove siano uscite. Ma quando le senti cantare, lodare il Signore, tutto è chiaro, cioè scuro, nero e allora senti il cotone sfiorarti le narici, il sole del sud scaldarti le ossa. E’ tutto a posto, sono nere. Severine non morirà mai. Diventerà piccola piccola e un giorno sparirà sotto qualche fiore di plastica.

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La mia intervista al premio Nobel Toni Morrison, Il Sole 24ore

Mantova - Possiede la fierezza, la criniera di una leonessa. L’eleganza di una regina. La dignità del dolore. Conosce e ha descritto, intensamente, la malinconia, la sofferenza del lungo cammino alla ricerca di sé e delle proprie radici. Come persona e come donna di colore. In ogni pagina dei romanzi di Toni Morrison e ancora nell’ultimo, (Home - uscito in Italia per Frassinelli ), la ricerca della propria identità si mescola con quella del proprio posto, in cui la casa dovrebbe essere il luogo della pace e sicurezza in cui nessuno può superare la soglia e fare male, entrare e sconvolgerti la vita. È questo per Frank di ritorno dalla guerra in Corea che si sovrappone all’esperienza di un’altra protagonista, Cee, il cui dolore vive dentro la casa, quella della sua infanzia, inospitale e cattiva, come sua nonna Lenore che le fa il brodo di acqua, le lascia segni sulla pelle e non le perdona di non essere nata in un ospedale come tutte le persone per bene, ma in un fosso. In ogni sua parola il ritmo del jazz, le voci di un popolo, nel suo sorriso i denti bianchi (citando un’altra scrittrice di Veronica Costanza Ward - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/VbYoT

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La mia Toronto ( Uncut )

Velvet 



TORONTO

“Oh Gosh, u’re a little WOP!”. Il mio primo benvenuto in Canada suonò alle mie orecchie più o meno così.

Avevo quattordici anni e non avevo capito male, confermava Bob, padre della famiglia che mi ospitava: io ero proprio mezza “italiana senza passaporto” mista ad un’ americana guerrafondaia.

Mancava solo un esplicito riferimento alle mie delicate ma evidenti caratteristiche razziali e avrei immediatamente prenotato il ritorno.

Questo era il Canada? Dovevo aver sbagliato volo.

Ovunque fossi, dovetti passare lì quasi due mesi, due mesi di una vacanza adolescenziale avventurosa e curiosa.

A molti anni di distanza da quei giorni, una ventina d’anni, di nuovo in volo per Toronto, ripenso a ciò che ho letto qualche tempo fa: la città accoglie la più grande comunità italiana nel mondo dopo l’Argentina.

Ripenso a papà Bob e mi dico che forse non era canadese o che forse che io li non ci sono mai  stata.

Allora, per farmi sentire a casa mi fecero incontrare spesso gente di origine italiana, ragazzi che parlavano il dialetto dei loro nonni, calabresi, siciliani. Stentavo a comprenderli ma i loro visi mi erano così famigliari, piccole cartoline da un altra epoca, italiani di quelli che in Italia non esistono più, riuniti in tinelli che qui non ce ne sono più.

Alessandro mi sfiora, mi sorride, stiamo per atterrare, riemergo dai ricordi e dalle riflessioni e mi preparo a vivere di nuovo Toronto.

Sistemiamo la sua attrezzatura sul corridoio, macchine fotografiche, cavalletti, borse piene di obiettivi: è un piacere guardarlo maneggiare i suoi giocattoli.

Controlliamo i passaporti e non riesco a frenare di nuovo un sorriso: cosa direbbe Bob.

Il mio bagaglio invece è più leggero, in viaggio divento zingara e romantica.

Abbiamo lasciato un’Italia sotto assedio, una Roma incandescente, afosa e confusa e mi ritrovo al di là dell’Atlantico dall’altra parte del lago, l’Ontario, che porta il vento alla città di mio padre, Chicago.

La sensazione immediata, infatti, e’ di casa, l’altra casa intendo, il Nord America. E’ un po’ come quando hai i genitori separati e due case appunto, due punti di riferimento, due vite.

Il Canada è un particolare riassunto per me.

I ricordi lentamente riaffiorano: la gita in Canoa lungo il fiume S. Lorenzo fino all’omonimo Lago al tramonto di  tre giorni dopo, lungo rapide e docili anse, dieci adolescenti accampati sulle rive in tenda, nutrendoci di peanut butter.

Il lungo viaggio verso il Nord, i Grandi Laghi, per un matrimonio nei boschi delle fiabe. Cantavamo, Rock n’ Robin.

La visita alla, allora più alta, torre del mondo e una partita di baseball con un hotdog in mano.

Quando dico che l’aria è pulita, non è una frase buttata lì. Appena nella metropoli, non annuso odori o profumi, nulla attira l’olfatto in qualche direzione.

Mi viene in mente un modo di dire di mia nonna emiliana, cioè che un posto “non sa di nulla”, non puzza non profuma ma Toronto sa di molto e lo si scopre, basta prestare attenzione.

E’ processo simile alla propria presa di coscienza. E’ come vedere l’immagine della propria serenità.

La vita ideale ti viene proposta con naturalezza e ovvietà, con l’aria interrogativa di fronte al nostro continuo stupore.

Mi fermo per strada a riflettere: arrivare a Toronto può risultare inizialmente disappointing, lo ammetto.

Hai voglia di farti ripetere le cose due, tre volte perché la tua mente impostata sul fuso incandescente e furbesco di Roma non incamera le notizie spiazzanti di criminalità quasi inesistente, i dati del boom economico che stanno vivendo, dell’offerta di lavoro in eccesso, una serie di informazioni difficilmente elaborabili ad un solo giorno dall’arrivo.

Una volta in albergo, inizio la riscoperta, non mi importa del fuso, dei piedi gonfi, delle scarpe sbagliate: Jesus, ho portato le zeppe e ho lasciato le scarpe da ginnastica.

Toronto va camminata, tutta e lo si può fare, che pacchia e io mi merito di soffrire.

Le proporzioni della metropoli non lasciano a bocca aperta, la magnificenza non ti prende il respiro, il fascino non e’ immediato.

E’ più un processo lento e inesauribile, costante e denso.

L’impronta inglese si sente, nell’architettura vittoriana di molti palazzi, abitazioni sparse per i diversi quartieri, i prati curati e verdissimi, i vialetti alberati che costeggiano file di case in legno dai tetti a punta.

Continuo a chiedermi perché qui e non negli States, perché non a New York, la metropoli per antonomasia, Chicago con la sua architettura, il lago, il jazz o Boston e il suo ordine, il verde, l’aria anglosassone. Basterebbe meno di un ora di volo ma bastano un paio di giorni a far si che tutti i miei perché siano soddisfatti  e lo stato di meraviglia e benessere rimanga dentro a lungo.

Toronto e’ una cura efficace, prolungata o definitiva alle malattie del millennio: la voracità, la dissipazione incurante, l’egoismo sociale.

Ritrovo l’esempio del buon lavoro per buoni risultati, del controllo pre-pentimento, della sobrietà che presta sicurezza allo svago, del rispetto di ciò che si e’ costruito per se stessi e per gli altri, che e’ rispetto per il prossimo, da qualunque luogo venga perché con te ha costruito la vostra nazione che ora vi accoglie sana.

Il Canada è il paese delle qualità che ci fanno sorridere e alzare gli occhi al cielo, che definiamo stupidita’ e mancanza di furbizia, ignorandolo che ci hanno portato dove siamo, non sul l’orlo, ma nel baratro.

Ci stiamo  abituando a vivere così, fino alla resa dei conti, che e’ oggi, un oggi lungo anni.

Le riflessioni, purtroppo, sul paese materno, e che vivo, non possono non alternarsi al benessere che provo di fronte alla trasparente efficienza e “salute” Canadese.

Toronto è una città in continua espansione, il mercato immobiliare in evidente continua crescita, i capitali americani direttamente investiti qui nel mercato cinematografico dopo 11 Settembre e una nuova attenzione all’arte e alla creatività che rendono Queen Street un quartiere chic e alternativo degno delle metropoli più gettonate, fitta di negozi, laboratori di design, boutique, locali e gallerie d’arte che ne fanno la nuova Berlino per il Nord America.

L’un per cento della spesa per le nuove costruzioni del centro deve essere devoluto alla promozione dell’arte e così ci ritrova in moltissime piazze e vie davanti a immense sculture moderne, enormi giocattoli che sembrano essere caduti dal cielo e invece sono un regalo della comunità.

Il cambiamento, come le caratteristiche fondanti di questo paese non ti schiaffeggiano, lo scopri senza aspettartele e con gioia ti senti il primo.

Non mi sento, infatti, in una città turistica, assediata dalle orde di ragazzini in gita, dalla signora vicino che  ti strappa lo stesso vestitino vintage a un mercatino. Ho sempre la sensazione di essere il primo ospite a scoprire i miracoli di una città modesta nei modi.  Toronto è una ragazza splendida e ingenua, giovane e entusiasta.

Il cielo azzurrissimo mi sembra alto, più alto del nostro, forse sono gli alberi, gli abeti, gli aceri, i pioppi enormi, la pulizia di ogni angolo, i visi che ti sorridono cortesi.

Negli US non è più così, forse negli anni ottanta, nonostante il cibo me la ricordi tanto. Anche la lingua è la mia, solo più chiara, meno inflessa.

I canadesi sanno tutto dell’America a stelle e strisce, ne conoscono e vivono la cultura, si interessano a ciò che accade ai loro vicini, forse cugini. Gli americani in tutta risposta ignorano e snobbano il paese che li protegge dal polo. Si assomigliano, è lampante, ma la nuova North York sembra la versione ripulita di molte città al di sotto del lago e, checché se ne dica, qui nell’ignoranza l’invidia centra.

Anche le etnie sono infinite a Toronto, mescolate o definite in quartieri, in una convivenza colorata ed estranea a qualunque tensione sociale.

Noto molte coppie miste, miste di ogni tipo e mi appaiono più naturali che in America: e se permettete me ne intendo, per queste cose ho l’occhio clinico io.

Che il Canada se ne stia comodamente seduto su quantità di risorse naturali che la rendono unica può essere un fatto ma unite al benessere sociale, a un governo conservatore ma attento, a una totale apertura culturale, ad una gestione finanziaria oculata ed efficiente, la trasformano come dicevo nella più brava della classe che in più è anche bella e se vuoi ti passa il compito.

In pochi giorni si riescono a vivere la grande attenzione all’ambiente, alle attività ricreative pubbliche, agli sport moderni (l’automotive freezbee mi mancava), alla sensibilità artistica, alle minoranze, anche sessuali. Proprio in questi giorni nella Metropolitan Community Church  di Simpson Avenue si celebreranno molti matrimoni gay con la benedizione del governo, la partecipazione dei cittadini, la libertà della chiesa anglicana. Ecco.

Improvvisamente mi stupisco di non aver bisogno del gilettino che gonfia la mia borsa: mi confermano i più che di anno in anno il clima si è fatto più mite permettendo di vivere pienamente la città per quasi sei mesi l’anno.

Gli abitanti in ogni caso, non si pongono problemi, hanno le possibilità e sono orientati alla soluzione, il che mi strappa un altro sorriso, amarognolo stavolta: esiste infatti una altra città, quella sotterranea, che non si vede e resta sotto ai nostri piedi come i giacimenti di petrolio e di minerali che la rendono ricca.

Che non si dica che è solo l’alternativa a quella “emersa”, parallela, perché è sottoposta solo fisicamente: 28 Km di città al caldo d’inverno, al fresco nelle estati sempre più mediterranee.

L’abitante di Toronto non sopporta né il caldo, né il freddo e nel dubbio si è costruito due città.

Nessuno mi parla di sogno canadese qui, lo si vive, ancora e ancora, ogni giorno, costruendosi la propria vita su misura perché e’ questo ciò che conta, insieme e nel rispetto della nazione, che ti chiede e ti da in una relazione sana e fiduciosa.

La city accoglie ora la sede delle cinque più grandi compagnie assicurative del mondo, qui dove lo Stato non ha permesso alla finanza di fregare i cittadini e mettere in ginocchio il resto del mondo. Giusto.

Gli eroi nazionali sono sani atleti e commercianti che hanno dato lustro e onore alla nazione faticando, al di la’ dei contesti martirizzanti, mentre il Bel Paese affonda piangendo morti, povertà e crimine e invocando i santi.

L’esempio nazionale e’ la positività, roba da non crederci. Arrivare dall’Italia mi provoca piccoli shock, se penso che questo e’ un paese che vive e si migliora mentre dall’altra parte dell’oceano si leva il mortale lamento del piede strizzato nello stivale.

Mentre proviamo ad asciugarci le lacrime e a vincere con un pallone altri bisognosi europei, qui ti ripetono che il mercato del lavoro specializzato non trova sufficienti “adepti”. Che centri qualcosa con la serenità?

Dall’enorme albergo vittoriano dove alloggio mi dirigo al vicino la BCE Place Gallery, un enorme building sede di banche, finanziarie, assicurazioni e luogo di mostre di tutti i tipi, oggi ci sono le auto di lusso.

Alzo lo sguardo e gli archi del tetto mi dicono qualcosa, qualcosa di casa, la casa di oggi, in Emilia, ma certo, i ponti di Calatrava, la stazione dell’alta velocità, un marchio di fabbrica inconfondibile in tutto il mondo. Un amico mi racconta che la forma delle volte sopra di noi riprende quella delle case dei nativi, qualcosa non mi torna, i nativi della pianura padana, pero’, i tetti li avevano piatti. Questo Calatrava e il suo design organico.

Il primo ristorante in cui mi imbatto si chiama F/N acronimo di Far Niente, ristorante italiano, s’intende e mi dico ci risiamo, Bob non era il solo.

Scopro velocemente quanto mi sbaglio, che la comunità italiana torontina è davvero enorme, che esistono ben due Little Italy in città e che il mercato della carne e gran parte di quello immobiliare sono in mano a famiglie di origine italiana che qui hanno cercato e voluto la loro fortuna.

Persino lo Stock Exchange e l’area che lo circonda sono ben diversi da quelli di New York e Londra, non c’è agitazione, frenesia, poche figure tipiche della city, e’ una city canadese, molti uomini in tenuta da lavoro escono dai palazzi spingendo passeggini: e’ superata o mai arrivata qui la gestione maschilista dei figli piccoli.

Il mercato di Front Street, ricorda un mercato inglese, più ordinato e tranquillo,  colorato e delizioso .

Così la frutta e la verdura, inconcepibile le dimensioni delle bistecche da Flingstones, dei würstel, il rosa del salmone, l’intensità delle mostarde, di nuovo i colori dei centrifugati di frutta.

Perché i frullati in America, non c’è nulla da fare, profumano di buono e sanno di fantastico. E poi sono grandi, freddi e trasportabili.

Mi dicono che stanno importando la tecnica delle mozzarelle di bufala dall’Italia: i bufali canadesi son tanti e la possibilità di business grande pure, in fondo siamo nel boom, rieccolo.

Mentre Alessandro ferma la città nel suo obiettivo, mentre coglie la piega di una gonna illuminata dal riflesso del sole da un palazzo di specchi io continuo a girare la testa, finirò per rompermela.

Ritorno sui miei fogli, un po’ di storia per capire il presente.

L’architettura di base e’ per la maggior parte vittoriana ma qui il mix e’ particolare perché dalla metropoli americana, ti ritrovi nel quartiere hippy di Kensington e ti sembra di stare in California, a quello nuovo di Yorkville (Hadelton Avenue, Bay Street) e sei a New York, poi sul paradiso delle Islands e sei alle Barbados ma c’è fresco, poi a Little Italy in College Street e poi a Chinatown, nel quartiere giamaicano, quello mediorientale, quello alternativo, sperimentale e trendy di Queen street.

Rifaccio la trottola a occhi chiusi, segno un punto a caso e vedo pale roteare nello skyline come giostre al lunapark.

A Toronto c’è tutto ciò che ci si aspetta da lei, discretamente però, senza promozione prepotente, al di la’ della ricercatezza radical chic di altri centri. Più semplicemente, forse, si trova ancora all’inizio di una sperimentazione, di una espressione, di un moto creativo proprio ma modernissimo, non sulla scia di qualcosa d’altro, in una direzione propria, sconosciuta ma pratica e reale: i canadesi sono reali ed è una gioia guardarli.

Passiamo alla Distillery, nel 1860 la più grande distilleria di whisky del mondo che ora ospita un distretto di gallerie d’arte, negozi d’arredamento, vintage, oggettistica, laboratori creativi, una birreria enorme ed elegante dentro una struttura in puro stile vittoriano.

Non abbiamo tempo per i tanti musei, la sede del Toronto Film Festival che devo assolutamente vedere, ho molte domande, l’evento sta diventando di importanza internazionale. Domani.

Al calar del sole tutto si illumina delicatamente, ci ritroviamo su una spiaggia bianca costellata di ombrelloni rosa, sotto i palazzi ormai vuoti. Non c’è ressa, qualche coppia sorridente con un drink in mano, un ragazzino solo con le cuffie e l’aria malinconica di chi ha perso qualcosa.

Nessuna mossa, direbbero a Milano.

Io e Ale ci guardiamo, pensiamo la stessa cosa, è un sogno. Ci scappa da ridere. Ordiniamo da bere e ci godiamo il tramonto arcobaleno.

Per cena ci aspettano da Gusto, gli  amici vogliono mangiare italiano, s’intende e italiano mangiamo , eccellente, impeccabile anche l’ambiente.

In un’ora potrei essere a (sweet home) Chicago, o nel centro di New York, non so che fare, cosa scegliere. Arriccio il naso, come sempre nell’indecisione, afferro il costume e il cappello, prendo al volo il ferry per le Islands. Ce ne sono tre, proprio di fronte alla città, ecco il mio, il cartello dice Wards Island.

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Le mie “Identità Involontarie” a Milano

                                 Milano, Mercoledì 13 Giugno 2012, ore 18.30

                                              presso la Libreria Utopia  

                                       Via Moscova 52, angolo  C.so Garibaldi

                                 presento “Le Identità Involontarie”, le mie.

                                                   A presto, allora.

                                                  Veronica C. Ward